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ATTILIO ALFIERI

Autoritratto - Entro la gabbia dell’inconscio, 1933
Olio su tela, cm 70 x 50
Collezione privata, Milano

Di quest’opera del 1933, anno fecondo di invenzioni e anticipazioni formali, Alfieri scrisse: “Oggetto complementare, per identità, di altri oggetti-colori, spesso in dissidio dentro l’inestricabile sviluppo dei materiali inconsci, come un urlo simile a Il grido di Munch …, sia pure diversa al riscontro munchiano. Un’opera strutturata in tutt’altro ordito, quasi concepita al 'taglio di spatola', consistente nella riduzione euritmica del vortice delle spirali in sintonia con il mio stato d’animo, nella quale viene evidenziandosi una testa deforme di figura ameboide: maschera panica esaltante una condizione psicologica, quasi un ritratto nell'autoritratto. Un'opera eseguita poco dopo la scomparsa di mia madre, sebbene non mi sentissi entro i suoi spasmi di morte per dipingerne la maschera panica; semmai ero io un 'panico', pur non avvertendone l'angoscia occultata per oltre quarant’anni, attraverso la lenta rimozione disvelata nel titolo”.

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CESARE ANDREONI

 Autoritratto al cavalletto, (1933-1935)
Olio su tela, cm 50 x 40
Collezione privata
fotografia Giancarlo Costa

L’artista si ritrae davanti al cavalletto e con tavolozza e pennelli in mano, dichiarando così la sua scelta -poco apprezzata in famiglia- di “essere pittore”. Nel 1928 affitta uno studio in via Solferino 11, un locale in soffitta, accanto a studi-abitazioni di altri artisti aperti sui terrazzini che si affacciano sul cortile. Probabilmente è qui che Marinetti, come scrive Raffaele Carrieri nel 1930, "visita il suo nuovo moschettiere. […] Sfoglia cartelle, disegni, tempere. E’ contento. Stringe tre volte la mano d’Andreoni e l’invita al primo raduno dei futuristi alla Galleria Pesaro. In pochi mesi Cesare Andreoni ha dipinto venti opere. All’inaugurazione della mostra il successo è veramente sorprendente."

COSTANTINO ANSELMI

Autoritratto, 1926
Olio su tela, cm 75 x 50
Collezione privata

Costantino Anselmi si dipinge all’età di ventuno anni in un autoritratto di tre quarti in camicia bianca, che molto ha amato portare per tutta la vita, e lo firma in basso a destra. Il genere del ritratto è stato quello che più lo ha coinvolto, dopo la pittura di paesaggio. Fin dai tempi in cui frequentò l’Accademia di Brera era solito esercitarsi nel ritrarre le persone della sua quotidianità: sua madre, suo padre, i suoi vicini di casa. Arrivò a ottenere commissioni di ritratti di benefattori per gli istituti pii lombardi tra cui l’Ospedale Maggiore di Milano per cui esegue tra 1930 e il 1936 due ritratti, quello di Angelo Zucchi e Ada Pedanti.

IDA BARBARIGO

Senza titolo (Autoritratto), 1992
Olio su tela, cm 72,5 x 59,5
Fotografia Jan Liégeois

Nell'opera di Ida Barbarigo, l'autoritratto è un motivo ricorrente, che muove da una considerazione "universale" del fare pittura: "Non sono ossessionata dall'autoritratto perché tutto il mio essere si trasfonde in qualsiasi cosa io dipinga".
Questo dipinto appartiene alla serie dei grandi Autoritratti dei primi anni Novanta. L'artista osserva spesso il suo riflesso nello specchio, cogliendovi ogni volta un'immagine diversa e mutevole. La sua pittura è una continua metamorfosi dei soggetti, in cui ogni attimo del dipingere diventa emanazione del proprio essere.
Nell'intervista condotta da Michael Peppiatt nel 1996, Ida racconta la genesi di questi volti: "Pochi anni prima dipingevo fiori e foglie; il mio studio era ancora colmo di quella vegetazione. Una sera, nello specchio, scorsi una strana apparizione bianca muoversi dietro le fronde: pallida, fuggevole, silenziosa. Fu l'origine dei grandi Autoritratti. In fondo, tutte queste immagini nascono da un'emozione inattesa."

RITRATTO FOTOGRAFICO
Ida Barbarigo nella casa-studio di Palazzo Balbi Valier, Venezia, primi anni Novanta (dettaglio). Fotografia Claudio Franzini

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REMO BIANCO

Autoritratto, 1951
Olio su tavola, cm 40 x 32
Fondazione Remo Bianco, Milano
N. Archivio FRB1653

L’Autoritratto del 1951 è il primo dei pochi esempi di autoritratti di Remo Bianco di cui si è a conoscenza. Appartiene alla sua produzione giovanile figurativa, che dai primi lavori accademici del 1939, si sviluppa fino ai primi anni ‘50. Come gli oli di questo periodo, l’Autoritratto risente degli influssi postimpressionisti e delle suggestioni del maestro de Pisis. La figura è delineata da pesanti linee ed è caratterizzata da una materia densa dalle tonalità cupe e grevi del blu e del viola, che rimandano a quel sapore malinconico tipico dei dipinti di George Rouault. L’opera viene esposta nel 1952 alla mostra Autoritratti di artisti contemporanei della Galleria del Naviglio, accanto alle opere dei grandi maestri del ‘900, inaugurando il lungo sodalizio con le gallerie di Carlo Cardazzo.

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RENATO BIROLLI

Autoritratto 1934
Olio su tela, cm 83,5 x 57
Collezione privata, Milano
Courtesy Archivio e Fondazione Renato Birolli ETS
Archivio Renato Birolli: numero unico 1934-3

In Autoritratto, Renato Birolli non si raffigura come pittore, ma come pensatore. Al posto di pennelli, cavalletto e tavolozza, attributi formulari degli autoritratti di pittori, in primo piano troneggiano Les pensées di Blaise Pascal, di cui l’artista aveva acquistato un volume nel 1932 nelle edizioni francesi di René Hilsum. La concezione pascaliana dell’uomo – la sua fragilità costitutiva, la sua miseria e la sua grandezza – ispira in questi anni a Birolli opere come Caos I e II: immagini di un’umanità in caduta, dove gli accenti romantici, memori del chiarismo milanese, delle opere dei primi anni Trenta lasciano il posto al ritmo inquieto e agli accenti incandescenti di una linea e di un colore di matrice espressionista, al crocevia tra impulso poetico e spunti di nascente dissenso politico.

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GUIDO CADORIN

Autoritratto, 1910
Carboncino su carta, cm 45 x 31
Fotografia Claudio Franzini

L’Autoritratto ritrae Guido Cadorin a diciotto anni e mette in luce la sua straordinaria abilità nel disegno. Il genere in cui l’artista si esprime al meglio è la ritrattistica. Nel corso della sua vita Cadorin realizza numerosi autoritratti; se in molti casi i disegni hanno funzione di bozzetti preparatori, in questo caso l’opera si presenta compiuta e autonoma. Il tratto a carboncino è morbido e al tempo stesso preciso, capace di restituire l’incarnato con minuziosa attenzione ai dettagli. Particolare attenzione merita la firma, “Guidus Cadorenus”, che conferisce al ritratto un carattere quasi solenne.

Fotoritratto:
Guido Cadorin ritratto da Augusto Tivoli, 1921

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NINO CAFFÈ

Autoritratto al cavalletto, anni cinquanta
Olio su tela, cm 45x35

L’autoritratto di Nino Caffè ci racconta diverse cose. Intanto che L’artista scelse fin dall’inizio lo stile figurativo, con grande attenzione al disegno.
Poi il materiale usato: il cartone telato durante e subito dopo la guerra sostituiva spesso la vera tela.
Di ritratti ne fece tantissimi, Nino era un eccellente ritrattista, e finché non si affermò come pittore, gli servì a mantenersi. Era fiero di dedicarsi totalmente alla sua arte, ben evidenziata qui dalla presenza di un pennello nella sua mano.
Infine il cappello: era tipico dell’epoca, in cui un uomo doveva, per essere ben vestito, completare l’abbigliamento da un copricapo.

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BRUNO CASSINARI

Autoritratto, 1956
Olio su tela, cm 47 x 34
Collezione privata, Milano

Quattro sono gli autoritratti a olio di Bruno Cassinari: uno giovanile prima che tutto abbia inizio, del 1931; due più tardi, del 1954 e del 1956; infine un incompiuto dell’ultimo anno di vita.
Il primo è tra i lavori di matrice novecentista: in esso l’artista ha uno sguardo aperto che incontra lo spettatore, ma nulla parla ancora della sua arte. L’ultimo è amaro e come conclusivo, con gli occhi che cercano. Nei due intermedi, specie in quello del 1956, Cassinari ha invece le palpebre calate, non guarda ma si lascia guardare, e la tavolozza esibita dice la sopraggiunta dignità di pittore.
La quadrettatura cromatica e le pennellate pastose sono la sua cifra stilistica in quegli anni, quando la critica lo celebra, e lui, inquieto e operoso, guarda a Parigi e non si fa sedurre da New York.

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PIERO CATTANEO

Autoritratto,1953
Terracotta patinata e dorata, cm 29 x 18 x 22
Collezione privata

Il tema dell'autoritratto è stato affrontato dallo scultore prevalentemente in ambito pittorico e fotografico. Un soggetto sondato più volte sia in età giovanile, a partire dagli anni d’Accademia, nel 1947, con alcune prove su tela dalle esplicite ascendenze funiane, sino ai più tardi autoscatti fotografici della seconda metà del XX secolo. I due medium accolgo esigenze diverse della rappresentazione del sé; se nei primi oli e tempere si fa strada un’attenta in direzione della propria autoaffermazione, negli autoscatti, rigorosamente in bianco e nero, prevale un’interpretazione più introspettiva. Un unicum è rappresentato, nella sua produzione, dall’Autoritratto in terracotta patinata e dorata del 1953, un pezzo di grande intensità plastica, dove accanto al richiamo per l’antico e per il reperto, emerge con forza uno degli aspetti costantemente presenti nell’indagine linguistica dell’artista, ovvero la necessità di offrire la possibilità di spostare lo sguardo oltre la materia, verso l’inesplorato e l’inconscio.

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FILIPPO DE PISIS


Autoritratto, anni trenta
Matita su carta, cm 31 × 21
Collezione privata
(n. 03890)

Filippo de Pisis amava ritrarre tutto ciò che parlava alla sua raffinata e delicata sensibilità e che era in affinità con il suo “sentire”. Gli oggetti, i fiori e i paesaggi sono frammenti pittorici del suo essere, sono interpreti delle sue emozioni ed è attraverso questi che ci permetter di entrare nel suo mondo. La pittura di de Pisis è infatti intima e personale, è un autoritratto dello spirito del pittore ed è per questo che ha raramente sentito il bisogno di ritrarsi, di rappresentare la parte esterna di sé: non trovava così interessante il suo aspetto esteriore.
I rari autoritratti sono solo del volto, caricaturali o estetici (per una mise particolarmente ben riuscita) e giovanili, come questo presentato in mostra. Lo sguardo allo spettatore per cercare uno scambio diretto, quasi interlocutorio, che i veloci tratti di matita non premettono di eludere.

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DOLFO

Personaggio in camicia, 1980
Bronzo, cm 67 x 30

E’ possibile che una sineddoche divenga autoritratto? Nei lavori che Dolfo crea all’inizio degli anni Ottanta del ‘900 è proprio quello che accade. Il dito pollice diviene personaggio. Ma perché il dito pollice? Dolfo è valente scultore, in quegli anni lavora sovente con la creta per realizzare opere in terracotta patinata. E qual è il ruolo del dito pollice nella lavorazione della creta? Determinante! A lui spetta il tocco finale, lo scatto creativo. Ecco la necessità di trasformarlo in personaggio, vestirlo ogni volta con una camicia diversa. Metterne in evidenza le profonde rughe, lisciarne a specchio la possente unghia, arrivare persino a dargli un corpo e farlo sedere. A rappresentare se stesso - con una divertita carica autoironica - attraverso una delle parti del corpo di maggior peso nel proprio processo creativo. 

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PERICLE FAZZINI

Autoritratto, 1931
Legno, cm 56 x 38 x 35
Collezione Eredi Fazzini, Roma
Copyright Massimo Napoli, Fondazione Pericle Fazzini.

Questo toccante Autoritratto giovanile viene realizzato dallo scultore appena diciottenne poco dopo il suo trasferimento a Roma. L’opera incarna le ragioni più intime che muoveranno la poetica fazziniana negli anni a venire, dimostrando l’assimilazione precoce dell’esempio di grandi maestri della scultura moderna, nonché le tendenze arcaicizzanti che si svilupperanno in forme capaci di rappresentare l’essenza dell’“idolo mediterraneo”. I tratti del volto emergono dal blocco di materia appena sbozzata, delineando il profilo dell’artista raccolto in una posa meditativa. L’opera prelude all’intensa stagione ritrattistica che Fazzini porta avanti negli anni Trenta, culminando nel magistrale busto del poeta e amico Ungaretti. L’Autoritratto, disperso negli anni ‘70, è rinvenuto e riacquisito dalla famiglia Fazzini nel 1992.

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FRANCO GARELLI

Autoritratto, (1949)
Olio su tela, cm 48 x 38
VAF Stiftung

Dipinto tra il 1948 e il 1950, questo Autoritratto in veste di medico ottorino, sotto la luce fredda grigio verde di un ambiente operatorio, ci pone un enigmatico e cruciale (per l’autore) interrogativo: “Sono dottore o pittore?”. Dal 1948 egli va maturando la convinzione di volersi dedicare sempre più ed esclusivamente all’arte, stimolato specialmente dall’incontro con Carlo Cardazzo, gallerista del Cavallino di Venezia e del Naviglio di Milano, che ne promuove la carriera artistica e la creatività con diversi eventi espositivi e iniziative editoriali. Sul piano linguistico l’opera si propone come esempio di quel tenore neo picassiano che molta parte della cultura figurativa aveva sposato immediatamente dopo il secondo conflitto, come comune denominatore espressivo per la ricostruzione di un nuovo vocabolario pittorico. Il volto è scomposto secondo i canoni della visione cubista che si rimodula tuttavia su una più spiccata e nostrana cura del vero ritratto e interesse per la resa dello sguardo, elementi di matrice espressionista. Con gli anni '50 la pittura di Garelli si farà poi concretamente informale, sintetica, propedeutica alle grandi composizioni delle sculture in ferro e bronzo.

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PIERO LEDDI

Autoritratto, 1959
Olio su cartone, cm 46 x 36
Collezione privata
Fotografia Riccardo Molino

L’Autoritratto appartiene a una fase decisiva nel percorso artistico di Leddi, che all’inizio degli anni '50 si trasferisce a Milano dalle terre d’origine dell’Alessandrino. Il contatto con la dimensione urbana, l’esigenza di interpretare i cambiamenti sociali e culturali in atto caratterizzano i lavori del periodo. In dialogo con i coetanei degli ambienti di Brera, Leddi sperimenta le vie della figurazione per rappresentare le tensioni e le inquietudini della vita moderna,. In questo raro esempio di autoritratto è evidente lo sforzo di misurarsi con le possibilità della pittura. Nei decenni successivi Leddi manterrà un atteggiamento aperto e sperimentale, sviluppando un confronto con le esperienze recenti e con quelle dei maestri del passato.

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TRENTO LONGARETTI

Autoritratto, 1983
Olio su tela, cm 60 x 50
Deposito dell'Associazione Longaretti

Il primo autoritratto di cui abbiamo notizia è in una collezione privata. Si tratta di un olio su tela e risale al 1932, quando Longaretti aveva 16 anni. Nel corso della sua lunga vita ha dipinto molti autoritratti, l'ultimo risale al 2016, qualche mese prima di morire. L'autoritratto che si propone è del 1983, dipinto nella piena maturità anagrafica e stilistica. Ritrae il proprio volto di tre quarti con una espressione interrogativa. Molti sono anche i dipinti che pur non essendo dei veri e propri Autoritratti, danno conto di come l’artista riflettesse sulla condizione umana prendendo a soggetto se stesso, come per esempio nella serie delle Meditazioni o in quella delle Due età della vita o dei Vecchi Musicanti.

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GIORGIO MORANDI

Autoritratto, 1924
Olio su tela, cm 47 x 41
(Catalogo Vitali, n. 96)
MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto / Collezione L.F.

È uno dei pochissimi autoritratti (soltanto cinque, e tutti realizzati in giovane età, prima del 1930) e tra questi rappresenta un unicum. A differenza degli altri – in cui riprende se stesso in posizione frontale, quasi a fissare un obiettivo fotografico – qui l’artista si ritrae mentre dipinge, seduto davanti al cavalletto e con la tavolozza in mano (si noti che sulla tela sembra che l’artista sia mancino in quanto pare impugnare il pennello con la sinistra. In realtà Morandi è destrorso, ma, nel guardarsi allo specchio, egli “riproduce” fedelmente ciò che vede).
Particolare è anche l’insistere sull’ombra che vela il volto e di fatto lo nasconde, facendo piuttosto risaltare l’intera figura, come “ritagliata” sul tono chiaro del fondo, con pennellate di luce bianca sulle maniche e sul colletto della camicia alla coreana. Quello che qui si incontra è un giovane pittore di trentaquattro anni, ma il suo abbigliamento da lavoro, che in realtà è quello per lui abituale in ogni occasione, non cambierà negli anni, anche se a volte Morandi non terrà il cappello mentre dipinge o sostituirà il gilet con una giacca più pesante, sempre la stessa, piena di schizzi di colore e profumata di olio e di trementina.
Forse questa è l’unica immagine dell’artista al lavoro, anche perché egli non ama certo farsi vedere mentre dipinge ed è molto geloso della sua privacy.

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MARIA MORGANTI

Autoritratto, 2016 – in progess
Opera digitale pubblicata nel sito “Un archivio del tempo” www.mariamorganti.it
Fotografia Giacomo Bianco, Venezia, 2024

Il Sito-Archivio “Un archivio del tempo” ww.mariamorganti.it come meta-opera è lo spazio che ho immaginato, come una connessione tra il dentro e il fuori. Lo intendo come una fessura tra il mio mondo interiore e il mondo esterno. Per paura di essere fraintesa, di sentirmi ridotta a solo quello che la percezione dell’immagine rimanda, ho voluto tentare di avvicinare la parola al mio lavoro.  Una parola, non tanto come spiegazione e interpretazione, quanto come ragionamento e annotazione attorno alla successione degli eventi, che cammina accanto al gesto, al processo. Un organismo in movimento che terrà sempre aperta la possibilità di mutare la visione delle cose.

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ENNIO MORLOTTI

Autoritratto, 1982
Olio su tela, cm 80 x 70 cm
Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi, crediti fotografici su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi

L’opera venne realizzata in occasione del riallestimento del Corridoio Vasariano degli Uffizi. La più antica collezione di ritratti d’artista venne aggiornata nel 1981, grazie al dono di oltre 100 artisti contemporanei.
Il rapporto di Morlotti con la ritrattistica è una storia tutta da riscoprire. Nonostante la sua arte sia storicamente rivolta verso la Natura o il Nudo,    egli realizzò alcuni rari, ma importanti, autoritratti.
In questo quadro, sostanzialmente inedito, appaiono gli stilemi di un Autoritratto del 1954, anch’esso conservato agli Uffizi, con l’aggiunta del sorprendente elemento compositivo della sciarpa rossa.
Non vediamo più un giovane pittore avvinto nel suo periodo informale, come nel 1954, ma un artista ormai settant’enne, che si rivolge al mondo con uno sguardo pieno di enigmatica tristezza.

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ZORAN MUSIC

Filosofo, 1990
Olio su tela, cm 195 x 130
Fotografia Claudio Franzini

Music si ritrae per tutta la vita. Le opere tarde sono spoglie e potenti, con una palette ridotta al minimo; elimina il superfluo per giungere nelle silenziose profondità dei suoi mondi interiori: “quello che mi interessa far emergere è l’interiorità. Vedo il mio ritratto come un qualsiasi paesaggio, un paesaggio che riflette quello che ho dentro”. Negli ultimi anni trascorre lunghe giornate in solitudine, a contatto con la sua figura, che diventa oggetto della sua vista interiore (avendo ormai quasi perduto la vista).
Nella tela intitolata Filosofo la figura si erge solenne, isolata su uno sfondo vuoto, in veste da camera e avvolta da un’ombra. Il corpo e le mani sono abbozzati da tratti rapidi a carboncino e poche pennellate nervose.  La gamma cromatica è opaca ed essenziale, sono i colori del deserto; lui stesso afferma “ho iniziato a usarli quando ho creduto di incontrare me stesso: vorrei che mostrassero ciò che è sotto la mia pelle”. Anche l’immagine di sé viene trattata dall’artista alla stregua di un paesaggio spoglio.

Fotoritratto:
Zoran Music ritratto nello studio parigino da Mimmo Dabbrescia, 1995

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EDOARDO (DADY) ORSI

Autoritratto, 1938
Olio su tela, cm 54,5 x 44,5

Segni forti come il suo naso ci fanno presagire, in questo autoritratto giovanile, il suo vigore di disegnatore e la sua nettezza di colorista. Il dipinto appartiene a un momento complesso della sua vita: costretto ad abbandonare gli studi presso l’Accademia di Brera, dove l’artista esprimeva la sua vocazione, sta per trasferirsi a Salerno, presso la Scuola Allievi Ufficiali. Un percorso questo, che non gli si confaceva, come sappiamo dai suoi disegni di quel periodo. Fu allontanato da Brera dalle autorità fasciste per la sua prossimità politica con gli artisti di Corrente, che proprio allora iniziavano a pubblicare la loro rivista critica verso il regime. Dady Orsi condivideva il loro stile e la loro apertura verso l’arte Europea e il post-impressionismo: ritroviamo infatti in questo autoritratto echi del disegno austero di Modigliani e della tavolozza aspra di Bonnard. Si respira una voglia di Parigi, di un’altra aria rispetto a quella asfittica del fascismo alla fine degli anni '30.

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GIANCARLO OSSOLA

Autoritratto allo specchio, 1985
Olio su tela, cm 100 x 150

L’opera rappresenta uno dei pochissimi autoritratti eseguiti da Ossola. Il periodo è quello degli anni Ottanta, quando l’artista comincia a produrre le sue opere più conosciute (interni, fabbriche, atelier, città). In questo ciclo pittorico la figurazione si esplicita. Relegata per anni in una zona d’ombra, la figura umana ha riacquistato nel suo lavoro un’importanza più incisiva. L’artista si trova nella sua camera da letto. E’ quasi inginocchiato davanti allo specchio con alle spalle il letto, e scatta una foto a se stesso. L’elemento specchio è fondamentale per il pittore, e viene utilizzato anche in altre opere. Il mezzo fotografico è per l’artista elemento indispensabile per indagare e mettersi in contatto con la realtà che ci circonda. Fotografia che diventa pittura dell’interpretazione, nel “filtro” della sensibilità individuale.

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FAUSTO PIRANDELLO

Autoritratto assorto, 1948
Olio su cartone, cm 58 x 38
Collezione privata

Nel corso della sua carriera artistica, durata oltre cinquant’anni, Pirandello si è costantemente ritratto, con sguardo spesso impietoso. Alcuni intensi autoritratti giovanili, realizzati intorno ai vent’anni, sono tra le prime opere note dell’artista, mentre tra le ultime figura un silenzioso e spettrale Autoritratto in bianco (1972 circa).
Nell’Autoritratto assorto (1948) il pittore si ritrae dietro alla tela concentrato sul proprio lavoro o forse intento a riflettere. Come ha scritto una volta, infatti, "Seguito a cercar di capire che cosa sia la pittura e perché bisogna farne" (G. Giuffrè, Fausto Pirandello, Roma 1984, p. 274). Ma lo spazio sembra quasi non riuscire a contenerlo e la testa tocca il margine superiore del quadro. L’artista ha dipinto su un cartone di risulta cui ha aggiunto una fascia orizzontale nella parte inferiore, per allungare la figura, dando così alla composizione un maggiore slancio verticale (un pastello molto simile, in collezione privata, mostra invece un formato meno allungato). L’Autoritratto assorto (1948) è particolarmente rappresentativo di una fase di profondo rinnovamento linguistico che porta l’artista anche a sperimentare nuovi accordi cromatici in rapporto alla forma. In questo caso accostando i colori complementari blu e arancione Pirandello ottiene la massima intensità luminosa.

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MICHELANGELO PISTOLETTO

Autoritratto, 1962-1965
Velina dipinta su acciaio inox lucidato a specchio, cm 120 x 100
Collezione privata
Fotografia Paul Bijtebier

L’Autoritratto esposto è uno dei primi Quadri specchianti, opere alla cui creazione Pistoletto giunge come risultato di un’intensa ricerca condotta nella seconda metà degli anni '50 e incentrata proprio sull’autoritratto. Il punto di svolta avviene nel 1961 con la serie di opere intitolate Il presente in cui l’artista dipinge la propria figura su un fondo nero reso riflettente. Nel 1962 mette infine a punto la tecnica - riporto fotografico su lastra di acciaio inox lucidata a specchio – con cui realizza i suoi Quadri specchianti. La dinamica attivata dall’interazione tra immagine di natura fotografica riprodotta sulla superficie specchiante e le immagini generate sulla superficie riflettente include nell’opera la presenza dello spettatore e gli offre l’esperienza della dimensione del tempo. I Quadri specchianti superano inoltre la concezione rinascimentale del quadro come finestra sul mondo per diventare una porta che mette in comunicazione spazio virtuale dell’opera e ambiente reale in cui sono esposti.

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CAROL RAMA

Autoritratto, 1949
Olio su cartone intelato, cm 43 x 34
Le gallerie degli Uffizi (inv. 1890 n. 10205); provenienza Locarno, collezione Raimondo Rezzonico.
Dipartimento fotografico delle Gallerie degli Uffizi ã Archivio Carol Rama, Torino

La storia espositiva di questo quadro si apre e si chiude con due importanti occasioni: nel 1949, l’anno stesso della sua esecuzione, è esposto al Casinò di Saint Vincent, in occasione del 2° Premio Saint Vincent per la pittura e la scultura, col titolo appunto di Autoritratto (da qui la certezza che di autoritratto si tratti), e lo si ritrova ora nelle collezioni degli Uffizi, successivamente all’acquisizione della collezione di autoritratti di Raimondo Rezzonico avvenuta all’inizio del ventunesimo secolo.
L’opera, nella frammentazione dei volumi e nella scomposizione asimmetrica del volto, risente delle passioni picassiane della pittrice, testimoniate dalla gran quantità di pubblicazioni su Picasso presenti nella sua biblioteca, molte delle quali risalenti agli anni '40. Il raffinato gioco cromatico, più acceso nello sfondo e di sfumature più pacate nella figura, contribuisce al fascino enigmatico dell’opera. 

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MAURO REGGIANI

Autoritratto, probabilmente 1943
Olio su tela, cm 33 x 45
Donato dalla figlia Virgilia Reggiani al Museo degli Uffizi di Firenze nel settembre 1982.
Gabinetto fotografico Soprintendenza Beni Artistici e Storici di Firenze. Foto N. 356519.

Dagli anni '30, Reggiani espone sia opere astratte che, in minor numero, figurative.
Ritornato dal fronte russo nel 1943, si trasferisce con la famiglia a Pavullo (MO) fino al '45. È durante il periodo bellico che dipinge molte opere figurative: paesaggi del modenese e ritratti di famigliari tra cui il suo. Abbandonerà completamente il figurativo intorno al 1947.

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LUIGI RUSSOLO

Occhi o autoritratto, 1945
Matita su carta, mm 300 x 200
Fotografia Archivio Luigi Russolo Como

Realizzato nel 1945 a Laveno Mombello, negli ultimi anni di vita, Occhi o autoritratto condensa in forma essenziale la ricerca interiore di Luigi Russolo. Non a caso è anche il logo dell’Archivio Luigi Russolo. La composizione, centrata sullo sguardo intensamente indagato, emerge da un campo cartaceo lasciato in larga parte in sospensione, dove il segno a grafite alterna precisione anatomica e rarefazione. L’apparente non finito non è indice di incompiutezza ma scelta linguistica: il volto si dissolve come epifania mentale, coerente con l’interesse dell’artista per l’esoterismo e per le dimensioni invisibili della percezione. Il disegno testimonia così una fase estrema, meditativa, in cui l’indagine sul suono e sull’energia si traduce in immagine interiore.

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ALBERTO SUGHI

Autoritratto, 1974
Olio su tela, cm 50 x 70
Collezione privata, Cesena

All’interno dell’opera di Alberto Sughi i ritratti e gli autoritratti potrebbero sulle prime apparire i meno ‘Sughi’ di tutti.
L’artista, infatti, soleva dipingere a memoria e i personaggi che contraddistinguono la sua pittura rivelano sempre i tratti più distintivi della sua immaginazione artistica.
I ritratti invece venivano eseguiti attraverso lo studio attento del soggetto e Sughi, pur seguendo la forte impronta prodottagli da un volto,  cercava di non allontanarsi mai troppo dalla struttura anatomica.
Detto questo rimane che tanto i ritratti e gli autoritratti mantengono la stessa forza espressiva di tutti i dipinti dell’artista e, al di là del forte elemento di rassomiglianza col suo autore, anche il presente Autoritratto riprende i temi della pittura di Sughi, come ebbero modo di evidenziare Alberto Sughi stesso e Arturo Carlo Quintavalle: “Cominciamo dal mio autoritratto che è del 1974. Io non so se allora lo ho intitolato Autoritratto, lo intitolerei piuttosto Colui che guarda, Colui che osserva, Il testimone, quindi più che un autoritratto è proprio lo sguardo, il gettare uno sguardo su quello che abbiamo davanti, uno sguardo severo che cerca di scoprire ciò che rimarrà sempre nascosto dietro l’apparenza.” Alberto Sughi
“Quanto all’Autoritratto questo appare una specie di denunzia di tensione esistenziale; è come se muovesse dalla memoria degli autoritratti di Van Gogh ma nello stile dell’ultimo Goya oppure di Daumier pittore, un artista che deve avere sempre impressionato a fondo Alberto Sughi.” Arturo Carlo Quintavalle

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ERNESTO TRECCANI

Autoritratto, 1978
Acrilici su tela, cm 35 x 50
Fondazione Corrente, Milano

La tela del 1978 riprende il formato di uno dei primi dipinti dell’artista, l’Autoritratto a olio del 1940, dove il colore giallo steso a dense pennellate condensa il ricordo della “luce dorata” filtrata dalla finestra che dava sul giardino della villa paterna di Vanzaghello, da cui Treccani scorgeva il limite del “muro” che lo “separava dalla vita”, e il dichiarato omaggio a Van Gogh (si firma “Ernesto” come “Vincent”). Negli anni della formazione emerge già l’interesse di Treccani per il tema dell’autoritratto come indagine sul linguaggio dell’arte e sul sé da una prospettiva etica che si interroga sul proprio prender parte ai fatti della vita e della società. Nell’opera del 1978 i lineamenti del volto ritratto si sviluppano da un segno all’altro attraverso l’accostamento, la sovrapposizione e lo spostamento nel fondale di pennellate blu, verdi, gialle, accensioni di rosso, attenuazioni di ocra, colori presenti nelle tele dei cieli, dei fiori e delle siepi dipinte dall’artista nello stesso periodo. Il materiale utilizzato, asciugando in poco tempo, permette la sovrapposizione degli interventi senza alterazione dei valori cromatici ed è attraverso tale tecnica che l’artista può lavorare, a più riprese, al processo di costruzione dell’immagine nei suoi elementi - linea, composizione, colore - e sul soggetto dell’autoritratto come tema di partecipazione dell’artista alla realtà nel suo mutare.

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PHARAILDIS VAN DEN BROECK

China series,  (1996)
Gouache su carta di riso, cm 142 x 68 ciascuno
inv. PH441CDEF
Fotografia Jacopo Menzani, courtesy Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck

Nel 1996 Pharaildis Van den Broeck visita Suzhou e si fa fotografare vestita da imperatore cinese in un giardino acquatico. Da questo viaggio nasce un ciclo pittorico di quattro dipinti, in cui il soggetto da autoritratto si trasfigura in cipolla.
Il primo è un vero e proprio autoritratto derivato dalla fotografia. Nelle opere seguenti la figura umana lascia spazio alla cipolla, è possibile rintracciarne i passaggi attraverso delle analogie formali. Nel secondo la cipolla campeggia al centro del dipinto come l’artista assisa sul trono, le lunghe barbe rimandano al copricapo e si conservano tracce cromatiche degli abiti. Nel terzo dipinto i segni pittorici risultano scomposti e gli elementi figurativi non più riconoscibili, prevale il gesto pittorico.
Completato il processo di trasformazione, i soggetti – circondati da scritte – diventano una cipolla e un ritratto di Mao strappato dal Libretto rosso e applicato a collage.

Image
GIUSEPPE VIOLA

Autoritratto davanti allo studio di via Cosseria, 1987
Olio su masonite, cm 40 x 50
Fotografia di Andrea Oldani

Opera realizzata nel 1987 nello studio milanese di via Cosseria, zona navigli, dove Viola ha lavorato dai primi anni '70 al 2006. L'autore si raffigura con l'immancabile pipa e, sullo sfondo, le ampie vetrate dello studio raffigurate in diversi dipinti degli anni '80-
Sempre eclettico e pronto a cambiamenti stilistici, in questi anni vive un ritorno alla figurazione materica dopo un lungo periodo dedicato alle opere più informali del cosiddetto "periodo Imagista" che lo vide protagonista con l'amico scrittore e pittore Dino Buzzati nella creazione della Corrente Pittorica "imagismo".

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